JOHN BARLEYCORN


Essendo un appassionato di rock progressive mi è capitato spesso di ascoltare la magnifica versione di “John Barleycorn must die” eseguita dai Jethro Tull,

Jethro Tull dal vivo

con la splendida voce di Jan Anderson  ma non mi era ancora passato per la mente di esaminarne il testo.  La storia apparentemente narra dell’assassinio di una persona, della sua rinascita e del suo nuovo sacrificio e il testo completo, tratto da una raccolta del 1600, lo trovate nel link, ma a ben vedere si tratta di una lunga simbologia che spiega la coltivazione dell’orzo, la semina, il raccolto , come venga sarchiato, bruciato, distillato al fine di realizzare il  whisky o la birra.  John Barleycorn dunque è un personaggio mitico, simbolico, che ritorna in molteplici forme sia nella vita agreste che nella letteratura. 

riti pagani del Solstizio d’Estate

In molti villaggi rurali dell’Inghilterra, durante il periodo del Solstizio d’Estate, ancora vige l’abitudine pagana di bruciare il John Barleycorn al fine di propiziare i raccolti , bizzarria etnica  che venne anche ritratta nel vecchio film The Wicked Man con Christopher Lee e nel remake con Nicholas Cage.  La vecchia canzone “John Barleycorn must die” , un classico del folk britannico, venne inizialmente riproposta dai Traffic 

i Traffic dal vivo

per poi tornare alla ribalta grazie ai Jethro Tull. La figura di John Barleycorn, nella sua accezione comune di spirito dell’alcool, venne anche celebrata dallo scrittore Jack London nel suo libro del 1913, non molto conosciuto, uno degli ultimi che scrisse, “John Barleycorn, Ricordi alcoolici”, laddove il protagonista, come quasi sempre in prima persona, confessa i suoi trascorsi da alcoolizzato, sin dalle prime sbornie all’età di cinque anni a colpi di birra fino alle esagerazioni nell’età matura. Testo complesso, intrigante e molto interessante anche per le sue sfaccettature filosofiche come vediamo in certi brani nei quali London divide gli alcoolizzati in due

il libro di Jack London

 categorie, quelli brutali e privi della minima coscenza sociale unicamente destinati all’oblìo e gli altri, quelli che hanno solo il cervello ubriaco ma ancora si mantengono sulle loro gambe e che comprendono, vedono, le finalità ultime della vita e del destino, negando ogni esistenza del divino e qualsiasi utilità della famiglia, mostrati come ostacoli verso il raggiungimento di quel che appare inevitabile, l’unica libertà possibile per l’alcoolista, il poter anticipare il momento della sua morte, già comunque designata e preparata da John Barleycorn; ma in quasi tutto il percorso letterario di Jack London, fino all’ultimo, misconosciuto The Red One del 1916, si trova il venefico profumo del declino, della perdita della giovinezza – ed in questo paragonabile persino alla mistica di Mishima – della decadenza e della Morte, senza un bagliore di gloria che non sia illusorio e mai raggiunto. Ovunque i protagonisti dei racconti marciano verso lo sprofondo, morale e fisico, in ambientazioni putrescenti e collassanti. Ambienti degni, senz’altro, del passo sottile e ambiguo di quel grande, eterno tentatore che è John Barleycorn.

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